Pierantonio Volpini

Nastro per Volpini

di Stefania Burnelli

Mi piace partire da alcune parole della presentazione di Maria Tosca Finazzi per allacciare il filo del discorso poetico a quello dell’arte visiva. Dico filo ma farei meglio in questo caso a dire nastro.
“Andare incontro alla poesia, scrive Maria Tosca Finazzi, è anche lasciare il mondo quotidiano e percorrere la via buia, quella mancina, alla ricerca della ‘fortuna’, delle proprie radici, di sé”.
Questa idea di un percorso a ritroso attraverso una via sconosciuta, mancina, inseguendo tracce, sogni, identità forse perdute o forse no, va di pari passo con l’idea stessa di filo di stoffa e di nastro fin dalle origini del mito arcaico. Arianna fornisce a Teseo il gomitolo per segnare la strada da percorrere nel labirinto e quindi poterne uscire; le tre Parche, fatali tessitrici, presiedono al destino dell’uomo, la prima filando il tessuto della vita, l’altra assegnando una lunghezza ad ogni individuo e l’ultima tagliandone il filo nel momento decisivo.
Il passo è breve quindi, se vogliamo, da una poesia che si svolge come memoria e come ricerca, a una forma grafica e plastica che si dipana, si snoda, si orienta tra le pagine del libro e poi nello spazio tridimensionale.
L’idea di Pierantonio Volpini nasce infatti con grande semplicità e naturalezza e va a integrare il corpus poetico di Zanetti in modo organico e armonico. Il nastro risolve con leggerezza, con volute aperte o ad anello, col suo andamento lineare o circolare, i nodi del pensiero, gli scarti della memoria, la corsa alterna dei versi e delle emozioni. Nella nota introduttiva al testo ho evidenziato che il risultato di questa operazione è insieme semantico (quindi portatore di un significato pregnante) e grafico, è allo stesso tempo concettuale e plastico – perché il nastro è anche una forma dotata di peso per quanto minimo e di materia, oltre che essere, appunto, il filo che riallaccia le distanze tra le cose – e quindi è una realtà fisica sì ma anche oggetto simbolico veicolo di emozioni e di memoria.
In realtà la mia prima sensazione in assoluto è stata un’altra ancora. Sfogliando e maneggiando più e più volte questo libretto ho subito avvertito il nastro disegnato da Volpini come una traccia musicale, un’onda-una curva di suono. Mi pare che nel suo scorrere segua una melodia, una danza, un ritmo. Così ho annotato in prefazione: “I tracciati aerei del gesto, le spinte e le cadute, le accelerazioni e le pause scandiscono l’oggetto-libro come una partitura che si scopre a poco a poco tra le mani di chi sfoglia”. Io non lo so se questa può essere un’impressione condivisa né se fosse nelle intenzioni di Pierantonio quando ha elaborato il suo progetto grafico – magari sarà lui stesso a dircelo.
Certo una cosa è toccarlo il libro, maneggiarlo, altra cosa, diversa è osservarlo a parete, scandito in appositi e autonomi cassetti-cornice.



L’operazione artistica qui cambia e cambia anche il nostro sguardo: il lavoro si arricchisce di valenze più marcatamente simboliche e i fogli acquistano se vogliamo un altro senso: qui si gioca a più livelli, tra contenitore e contenuto, tra linguaggio e metalinguaggio.



I vari box, privati del loro consueto valore d’uso, suggeriscono la segretezza del loro contenuto, l’intimità della custodia ma allo stesso tempo però, così aperti e appesi,  ci porgono l’oggetto-foglio quasi invitandoci a estrarlo, a farlo nostro estrapolandolo dalla serie a cui appartiene. Il cassetto è il cassetto d’archivio, consultabile all’occorrenza, è il cassetto-modulo componibile, prodotto di design e d’arredo, è il recipiente-secretaire di memorie e valori personali. Ma soprattutto, in chiave contemporanea e concettuale, è il contenitore che richiama l’attenzione di per se stesso, che vive di vita sua, può anche sopravvivere al contenuto. E’ un tema molto indagato questo, molto interessante nell’arte contemporanea: la dialettica tra contenitore d’arte e contenuto d’arte, tra l’involucro e l’oggetto ospitato al suo interno, tra forma e sostanza. Basti pensare, ragionando sulle macrodimensioni, ai luoghi culto dell’arte contemporanea come il centro Pompidou di Parigi, la Tate Modern di Londra, il Museo Guggenheim di Bilbao, sono contenitori che intenzionalmente sovrastano il contenuto e richiamano il pubblico di per se stessi, al di là di ciò che contengono. Ma anche, se si vuole pensare più prosaicamente alla quotidianità dei nostri consumi, il problema dei costi al dettaglio è spesso legato alla confezione che deve attirare più del contenuto e che si paga spesso più del contenuto. Non è un caso se l’arte contemporanea riflette su questi meccanismi. 
E così, passaggio dopo passaggio, questi cassetti acquistano senso e presenza autonoma nella cassettiera in ferro qui esposta che non ha la funzionalità d’uso di una vera cassettiera, non è concepita per averla, e che non può, quindi, che ospitare altri oggetti d’arte, in questo caso alcune minisculture in bronzo e terracotta che rappresentano alcuni dei cicli creativi di Volpini.
All’altra parete, invece, è il nastro ad acquistare piena autonomia e protagonismo - il nastro che è da tempo cifra distintiva della scultura di Pierantonio. Ce lo ricorda questo busto mitologico, fusione di suggestioni maschili e femminili come dice già il nome “afropandite”, incontro di Afrodite e di Pan. Il nastro come si vede è movimento, dinamismo di linee e volumi, e viene qui declinato in modi e forme molto eclettiche: può avere un taglio decisamente figurativo come in questo busto, ma anche ben più astratto e concettuale. In questo senso, il lavoro in ferro qui a parete dà libero corso allo snodo del nastro. Se nelle pagine del libro il nastro sembrava spesso raccontare  la ciclicità delle cose e suggerire a tratti l’idea dell’otto rovesciato, il simbolo dell’infinito, qui il nastro allunga e distende la sua corsa diventando quasi altro da sè, liberando le potenzialità della linea, sprigionando la sua energia dinamica e sfidando in questo la rigidità del materiale di cui si compone.